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martedì 2 giugno 2015

E' la fine del mondo! E' San Andreas!

Riprendo la mia recensione di San Andreas pubblicata su "L'Arena", perché stranamente ne vado abbastanza fiero. 



Strada facendo Hollywood ha perso l'anima. È ancora fresco il ricordo di quando i film catastrofici mettevano paura, addirittura angoscia. Freschissima la visione vera e scioccante di due grattacieli, pieni di esseri umani, che crollavano come castelli di carte. Eppure, oggi, sul grande schermo, è tutta una gara ad abbattere città: lo fanno i terremoti, come in San Andreas, ma anche i supereroi, come negli Avengers. Lo fanno senza che i registi si preoccupino di trasmettere l'idea che qualcuno, là dentro, sta morendo. Se così fosse i film sarebbero vietati ai minori di 14 anni, con danni irreparabili per il botteghino. Il commercio ha messo a tacere la coscienza: l'implicito non esiste, se non vedi la vittima, se non vedi il sangue, allora non esistono.
Un cappello melodrammatico ma necessario per giudicare San Andreas, kolossal catastrofico tanto immorale quanto divertente. Sarà per il sorriso accattivante di Dwayne “The Rock” Johnson, per le sue dimensioni da Teddy Bear preistorico o per il ritmo indiavolato dello spettacolo ma proprio non riusciamo a odiare a questo film.
Demente nella trama, indolente nella caratterizzazione dei personaggi, analfabeta nei dialoghi, oltraggioso nelle coincidenze che regolano il destino dei protagonisti: se escludiamo gli effetti speciali non dovremmo ne potremmo regalare un pollice all'insù a San Andreas. Eppure esistono meccanismi automatici, nella mente, che sarebbe ipocrita ignorare: in primis il bisogno di evasione, che pur va soddisfatto e che si lascia tentare dalle acrobazie impossibili, dalle onde anomale, da metropoli sbattute come tappeti nella gloria imbarazzante del 3D. Poi c'è il bisogno di trovare eroi, giganti che non si conformino, neanche fisicamente, col grigiore della quotidianità. The Rock è uno di loro: è tanto immenso da poterci abbracciare tutti. In certi film è buono anche quando è cattivo. Ultimo ma non ultimo il bisogno d'innamorarsi, anche virtualmente: a quello, nel film, ci pensa la Venere Alexandra D'Addario, una che cinquant'anni fa sarebbe diventata più esplosiva di Marilyn.



Il resto è apocalisse d'ufficio, tanto che per distruggere San Francisco nemmeno si va più a San Francisco: il film è girato in Australia, il resto lo fa il computer.

Un continuo gioco al rilancio: prima un terremoto catastrofico, poi un altro terremoto ancora peggiore (il più potente mai registrato!!), infine uno tsunami più alto del Golden Gate Bridge. Non abbastanza per sabotare la felicità della famiglia di The Rock, che si gode il lieto fine davanti alla bandiera americana. All'orizzonte una metropoli distrutta ma surrealmente vuota di cadaveri o urla. Non preoccupatevi: hanno demolito un set. Non era nemmeno di cartapesta ma di pixel: quando cadono non fanno rumore.
Consiglio di oggi: non fate gli snob e, ogni tanto, andate al cinema solo per divertirvi. Se non lo fate ve ne pentirete quando arriva la fine del mondo. 

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