A una settimana dalla chiusura del
Festival di Cannes, dopo aver visto e rivisto i tre film italiani in
concorso, è possibile, a mente fredda, ragionare sul perché della
loro esclusione dal palmarés, evitando magari esagerazioni
caratteristiche del nostro carattere mediterraneo (gioia
incontenibile alla notizia della triplice spedizione tricolore
seguita da accuse risentite per la delusione della sconfitta).
Una buona notizia: al di là della
quota “politica” di film italiani ammessi alla kermesse francese,
che negli anni è stata assai altalenante, non accade spesso di avere
tre titoli così forti in gara. Titoli ampiamente meritevoli di
essere selezionati, tutti competitivi e di ottima fattura. Già
questo potrebbe essere l'indice di una lenta ma solida volontà di
rinascita del cinema italiano, col morale ravvivato dall'Oscar alla
Grande Bellezza e dai riconoscimenti internazionali ottenuti dalle
serie tv targate sky.
Analizzando singolarmente i film: Mia
madre, di Nanni Moretti, è un film intimo ma non universale. Il
paragone più facile è quello con Amour, di Michael Haneke,
vincitore dell'Oscar, del Golden Globe, del BAFTA e della Palma
d'Oro. Haneke ha voluto fare sua una storia d'invenzione,
trasformandola nella storia di tutti. Lo ha fatto con adesione totale
alla realtà e all'anima degli attori, che sono spariti nei
personaggi, strappandoti il cuore. Moretti, come sempre, ha
raccontato Moretti e pur facendolo con la sobrietà scoperta
nell'ultimo corso della sua carriera, a partire da La stanza del
figlio, è rimasto legato a certi tic, simpatici ma antichi (il
discorso meta-attoriale e meta-cinematografico), che hanno reso
arduo, per la giuria, considerare “nuovo” il suo film.
Matteo Garrone, con Il racconto dei
racconti, partiva da una posizione di vantaggio: per la prima volta
l'Italia partecipava con un film di genere fantastico, slegato dai
soliti drammi storici o da camera. Era un azzardo che non si faceva
dai tempi de Il Capitan Fracassa di Scola o, addirittura, dagli anni
'80 di Bertoldo, Bertoldino e … Cacasenno e I Picari, di Monicelli.
Con la freschezza aggiunta dell'incontro tra letteratura e fantasy
mediterranea, in una cornice non comica, mai frequentata dalla
settima arte italiana. L'esperimento, però, è riuscito a metà: il
film è esteticamente splendido, forse il più bello da noi prodotto
negli ultimi decenni, rafforzato da un uso pittorico delle location
storiche che dovrebbe spingere fior di troupe da tutto il mondo a
venire nella Penisola a girare. La struttura, però, manca di
equilibrio: troppo lungo, troppo lento, con uno dei tre episodi più
debole degli altri (quello della pulce e dell'orco) e un'alternanza
che andrebbe a suggerire un legame poi irrealizzato tra le trame.
Youth è stato vittima dell'esuberanza
del suo regista fresco di Oscar: sovraccarico di simboli; di sequenze
smaccatamente felliniane, che trascendono l'omaggio, lasciando
confusi e perplessi (il regista che affronta la visione di tutte le
protagoniste dei suoi film); dello snobismo di una composizione (e
colonna sonora) che finiscono per diventare “Sorrentino al cubo”.
Questo, per lui, era il momento di cambiare, stupire, non scavare una
trincea e barricarcisi dentro.
Consiglio di oggi: lo sciovinismo non ci aiuterà a migliorare, cerchiamo di essere realisti ed apprezzare i piccoli miglioramenti del nostro cinema. Inutili, visto che si avvicina la fine del mondo.



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