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lunedì 1 giugno 2015

L'importante è partecipare: in tre contro Cannes

A una settimana dalla chiusura del Festival di Cannes, dopo aver visto e rivisto i tre film italiani in concorso, è possibile, a mente fredda, ragionare sul perché della loro esclusione dal palmarés, evitando magari esagerazioni caratteristiche del nostro carattere mediterraneo (gioia incontenibile alla notizia della triplice spedizione tricolore seguita da accuse risentite per la delusione della sconfitta).
Una buona notizia: al di là della quota “politica” di film italiani ammessi alla kermesse francese, che negli anni è stata assai altalenante, non accade spesso di avere tre titoli così forti in gara. Titoli ampiamente meritevoli di essere selezionati, tutti competitivi e di ottima fattura. Già questo potrebbe essere l'indice di una lenta ma solida volontà di rinascita del cinema italiano, col morale ravvivato dall'Oscar alla Grande Bellezza e dai riconoscimenti internazionali ottenuti dalle serie tv targate sky.



Analizzando singolarmente i film: Mia madre, di Nanni Moretti, è un film intimo ma non universale. Il paragone più facile è quello con Amour, di Michael Haneke, vincitore dell'Oscar, del Golden Globe, del BAFTA e della Palma d'Oro. Haneke ha voluto fare sua una storia d'invenzione, trasformandola nella storia di tutti. Lo ha fatto con adesione totale alla realtà e all'anima degli attori, che sono spariti nei personaggi, strappandoti il cuore. Moretti, come sempre, ha raccontato Moretti e pur facendolo con la sobrietà scoperta nell'ultimo corso della sua carriera, a partire da La stanza del figlio, è rimasto legato a certi tic, simpatici ma antichi (il discorso meta-attoriale e meta-cinematografico), che hanno reso arduo, per la giuria, considerare “nuovo” il suo film.



Matteo Garrone, con Il racconto dei racconti, partiva da una posizione di vantaggio: per la prima volta l'Italia partecipava con un film di genere fantastico, slegato dai soliti drammi storici o da camera. Era un azzardo che non si faceva dai tempi de Il Capitan Fracassa di Scola o, addirittura, dagli anni '80 di Bertoldo, Bertoldino e … Cacasenno e I Picari, di Monicelli. Con la freschezza aggiunta dell'incontro tra letteratura e fantasy mediterranea, in una cornice non comica, mai frequentata dalla settima arte italiana. L'esperimento, però, è riuscito a metà: il film è esteticamente splendido, forse il più bello da noi prodotto negli ultimi decenni, rafforzato da un uso pittorico delle location storiche che dovrebbe spingere fior di troupe da tutto il mondo a venire nella Penisola a girare. La struttura, però, manca di equilibrio: troppo lungo, troppo lento, con uno dei tre episodi più debole degli altri (quello della pulce e dell'orco) e un'alternanza che andrebbe a suggerire un legame poi irrealizzato tra le trame.




Youth è stato vittima dell'esuberanza del suo regista fresco di Oscar: sovraccarico di simboli; di sequenze smaccatamente felliniane, che trascendono l'omaggio, lasciando confusi e perplessi (il regista che affronta la visione di tutte le protagoniste dei suoi film); dello snobismo di una composizione (e colonna sonora) che finiscono per diventare “Sorrentino al cubo”. Questo, per lui, era il momento di cambiare, stupire, non scavare una trincea e barricarcisi dentro.  
Consiglio di oggi: lo sciovinismo non ci aiuterà a migliorare, cerchiamo di essere realisti ed apprezzare i piccoli miglioramenti del nostro cinema. Inutili, visto che si avvicina la fine del mondo. 

lunedì 20 aprile 2015

Mia Madre: il Nanni monacale

Vi propongo la recensione che ho scritto su Mia Madre, pubblicata qualche giorno fa dall'Arena:

Icaro volò troppo vicino al sole e sciolse le sue ali di cera. Certe emozioni, positive o negative, certi idoli o segreti sono inavvicinabili. La morte è uno di questi: se ne può parlare per ore o anni, la si può catturare su immagini fisse o in movimento, ma la sua verità (sempre che ce ne sia una), sfugge.
Nanni Moretti, nel suo nuovo film, racconta al pubblico e a se stesso la morte della madre. Per non bruciarsi divide il proprio io in due. Metà sta nel personaggio di Margherita, interpretato da Margherita Buy. Metà in quello del fratello, interpretato da Nanni. Un filtro emotivo e narrativo che funziona, essendo strumentale allo stilo sobrio, cerebrale, dell'ultimo Moretti.
Pur trattandosi di un dramma di interni (per lo più), Mia madre non attacca lo spettatore alle viscere come, ad esempio, Amour di Haneke. Nel film del regista austriaco la messinscena è realistica allo spasimo, spogliata di metafora o artificio. Moretti non crede nella possibilità di questa soluzione: si tratta, pur sempre, di messinscena. Ed ecco che il suo mondo diventa una galleria di scatole teatrali, nelle quali gli attori, come è ripetuto nella sceneggiatura, hanno l'occasione di essere al contempo se stessi e altro da sé.



Questo è necessario per Nanni-Giovanni, troppo vicino all'argomento e anche per la Buy, il cui personaggio è omonimo ed è, nei modi, parole e idiosincrasie, ancora Nanni. Il mondo in cui si muovono esiste solo come contenitore della vicenda, una versione allargata del set su cui la protagonista lavora. Quasi a suggerirci come la vita, quando è vicina al lutto, ne diventi una coreografia fatta di gesti rituali ed emozioni profonde. Moretti esplora i gesti e le parole asciugandoli fino a trasformarli in minimalismo, come le musiche di Arvo Pärt che fanno da colonna sonora. L'emozione la trasforma in sogno: Margherita vive le sue angosce in una dimensione onirica, fusa senza soluzione di continuità con la realtà che la circonda.
C'è anche da ridere, nel film. Soprattutto con le vicende del film post-impegnato, fuori tempo massimo, che Margherita cerca di dirigere. La sua star è un attore americano bollito, con problemi di memoria e pronuncia, interpretato da un John Turturro tragicomico. È lui che, stanco del mestiere dell'attore, vorrebbe, come tutti gli altri personaggi, tornare “alla realtà”: ovvero a uno stato di non attesa. Ma la vita, in fondo, non è attesa della morte?




C'è qualche gioco tipicamente morettiano: il cinema Capranichetta, chiuso da anni, con la coda per vedere Il cielo sopra Berlino; i riferimenti al mestiere di regista; le domande pratico-esistenziali sulla vicinanza del cameraman al soggetto. Il vecchio Nanni, però, non “inquina” il nuovo, la cui semplicità di superficie è ormai tanto austera da sembrare monacale. In una sequenza particolarmente riuscita Margherita si sveglia da un incubo per trovarsi con la casa allagata (quindi in un altro incubo). In tutte le culture occidentali l'acqua rappresenta un portale tra vita e morte, tra un mondo e l'altro (pensiamo al tema ricorrente della morte per acqua in Eliot). Moretti è diventato molto bravo a scivolare su questo confine: un mondo di mezzo che ancora attende il suo capolavoro.

Il consiglio: fate una caccia al tesoro e recuperate uno dei primi film con Margherita, La stazione, di Sergio Rubini (1990). Un regalo vintage per addolcirvi la fine del mondo.