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venerdì 10 aprile 2015

Non piangere, Vittoria! Ovvero: la pochezza del Corriere

Due settimane fa mi è saltato in mente di andare a teatro a vedere La gatta sul tetto che scotta, con Vittoria Puccini e Vinicio Marchioni, per la regia di Arturo Cirillo. Due le ragioni: non avevo mai visto una messinscena del testo di Tennessee Williams, autore che sento di non conoscere quanto vorrei (ho un amore appassionato e forse banale per la letteratura americana) e volevo vedere come se la cavavano due attori che conoscono bene al cinema e in tv.



Già m'immagino mia moglie Dunya, critico teatrale, storcere il naso e invitarmi ad ammettere di essere partito solo per vedere la Puccini da vicino. È vero: da anni sostengo che sia l'attrice più bella d'Italia, al punto di essere l'unica candidata (fantasia megalomane) al ruolo di Jelena, protagonista del mio romanzo La felicità dei cani, se mai se ne farà un film.
Dallo spettacolo siamo usciti delusi: la messinscena era elegante ma banale (Edward Hopper è l'unico pittore americano conosciuto in Italia); gli attori, tutti, suonavano scordati, declamanti. Troppo carichi, troppo impostati.
La cosa sarebbe finita lì, se qualche giorno dopo non avessi aperto il “Corriere della Sera” e letto la spietata recensione dellospettacolo, firmata da Franco Cordelli. Definisce la Puccini: «un'attrice di imbarazzante pochezza». La cosa, sulle prime, mi ha quasi divertito. In seguito mi ha lasciato perplesso. La formula è feroce, più adatta a un blog che a un quotidiano. Oltretutto, nella sua autoritaria nudità, non attacca la singola performance ma l'essenza dell'interprete.
Ora: io, facendo il lavoro che faccio, ho visto tutti i film che hanno nel cast la Puccini e anche buona parte delle fiction. Ha lavorato con Rubini, Avati, Ozpetek e Lizzani, che non sono proprio gli ultimi arrivati. L'ho vista regalare sempre interpretazioni di un certo valore, arrivando a punte di pregevole intensità. In televisione è diverso perché la fiction generalista ti costringe a recitare male, i registi sono talmente annoiati da non riprenderti nemmeno con la minima professionalità.



Nella Gatta Marchioni era quasi peggio della Puccini. Eppure ha lavorato con Ronconi e già conosce l'opera di Williams (era in Un tram chiamato desidero, regia di Latella). Si trattava, probabilmente, di un problema di regia.
O forse ho semplicemente torto e Vittoria è una cagna. A dar retta alla società in cui vivo e al modo in cui giudica il lavoro deve essere così: Cordelli guadagna, in media, otto volte più di me ad articolo, quindi deve avere ragione. Nella visione comune, infatti, noi giornalisti non siamo quello che scriviamo ma quanto ci danno per scriverlo. Ecco: mi permetto di far notare che, questa volta, ha usato parole che lo fanno sembrare l'italiano che vuole fare il critico teatrale dei film americani. Un po' come la vecchia arpia di Birdman, piazzata idealmente a mo' di Gandalf all'entrata del teatro: “Tu, attrice di fiction! Non passerai!!”. Continuo ad immaginare la splendida Vittoria aprire il giornale e scoppiare in lacrime.

Quindi, il consiglio di oggi è: non trattate male una bella attrice. Un giorno potrebbe capitarvi di conoscerla e volerci provare. Cosa avete da perdere? Tanto sta arrivando la fine del mondo. 

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