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mercoledì 15 aprile 2015

Game of Thrones: tette, draghi e pennelli grandi (o grandi pennelli?)

Gli spettatori di Game of Thrones si dividono in tre categorie: quelli che hanno letto i romanzi di George R.R. Martin e ne apprezzano la traduzione televisiva; quelli che hanno letto e la detestano (guardano per poi lamentarsi); quelli che non hanno letto.
Per quattro stagioni ho felicemente militato nella prima categoria e ora, al debutto della quinta, altrettanto sereno passerò nella terza. Le attese infinite tra un libro e l'altro, il proliferare sconclusionato di personaggi e sottotrame mi hanno alienato dalla saga letteraria. Ho smesso due libri fa e non me ne pento.



Ora potrò gustare gli episodi del capolavoro HBO senza sapere cosa mi attende, apprezzando le derive (sempre più frequenti) che gli autori hanno preso, senza poi perdermi in elucubrazioni sulle virtù della pagina paragonate a quelle della pellicola.
Ammettiamolo: il team Benioff - Weiss, più collaboratori, scrive meglio di Martin. In particolare, come mi fa notare l'amico Paolo Malacarne, meglio dell'ultimo Martin, quello distratto dal successo, paralizzato dalle dimensioni ingestibili della sua creatura. La serie ha un ritmo più coerente (per forza di cose, visti i tempi televisivi), una struttura misericordiosamente più agile.
Martin a mio parere, soffre di un caso esemplare di gigantismo: non un espandersi in profondità, come fece Tolkien inventando ere, cosmologie e lingue per la Terra di Mezzo; bensì un espandersi orizzontale, una coralità che ormai ha il sapore del “prendere tempo”. È un po' la storia del grande pennello contro il pennello grande (ricordate la pubblicità?).
Eppure è grazie a lui se una generazione di “morose” si è avvicinata alla fantasy. Le stesse che, davanti al Signore degli Anelli di Peter Jackson, si addormentavano beatamente. Le stesse che non hanno mai voluto vedere Conan o Guerre Stellari. Il perché è presto spiegato: togliete una spruzzata di magia e tre draghi e Martin è il più realistico degli scrittori fantasy contemporanei. Lui stesso ammette di essersi ispirato alla Guerra delle Rose e ad altre vicende medioevali.



Questa è, però, anche una delle sue limitazioni: nel suo immaginario c'è qualcosa di meno sia della fantasy totale (che sfida la nostra immaginazione), che del migliore romanzo storico, con le sue obbligatorie sottigliezze psicologiche e sociali (se si escludono dosi massicce di sesso e abbecedari freudiani).
Robert E. Howard aveva l'ingenuità pulp, lo sfrontato maschilismo di Conan, il gusto del grottesco; Michael Moorcock ci ha portato in mondi lisergici, nei quali spazio e tempo erano alieni; Tolkien aveva la poesia dell'epica cavalleresca, l'afflato irraggiungibile delle saghe nordiche e sassoni; Jack Vance, il dimenticato, la sublime ironia del cinismo. Martin è un equilibrista rimasto troppo a lungo sospeso sul suo filo. Ora corre il rischio che la Tv finisca la saga prima di lui.

Nel frattempo mi godo il telefilm: bignami meraviglioso di un'enciclopedica, grafomane follia. 

Consiglio di oggi: guardate Game of Thrones e leggete Tolkien. Possibilmente entrambi in lingua originale. Se non sapete l'inglese imparatelo. Sarà una conoscenza fondamentale per avere almeno una chance di sopravvivere all'imminente fine del mondo. 

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