Vi propongo la recensione che ho scritto su Mia Madre, pubblicata qualche giorno fa dall'Arena:
Icaro
volò troppo vicino al sole e sciolse le sue ali di cera. Certe
emozioni, positive o negative, certi idoli o segreti sono
inavvicinabili. La morte è uno di questi: se ne può parlare per ore
o anni, la si può catturare su immagini fisse o in movimento, ma la
sua verità (sempre che ce ne sia una), sfugge.
Nanni
Moretti, nel suo nuovo film, racconta al pubblico e a se stesso la
morte della madre. Per non bruciarsi divide il proprio io in due.
Metà sta nel personaggio di Margherita, interpretato da Margherita
Buy. Metà in quello del fratello, interpretato da Nanni. Un filtro
emotivo e narrativo che funziona, essendo strumentale allo stilo
sobrio, cerebrale, dell'ultimo Moretti.
Pur
trattandosi di un dramma di interni (per lo più), Mia madre
non attacca lo spettatore alle viscere come, ad esempio, Amour
di Haneke. Nel film del regista austriaco la messinscena è
realistica allo spasimo, spogliata di metafora o artificio. Moretti
non crede nella possibilità di questa soluzione: si tratta, pur
sempre, di messinscena. Ed ecco che il suo mondo diventa una galleria
di scatole teatrali, nelle quali gli attori, come è ripetuto nella
sceneggiatura, hanno l'occasione di essere al contempo se stessi e
altro da sé.
Questo
è necessario per Nanni-Giovanni, troppo vicino all'argomento e anche
per la Buy, il cui personaggio è omonimo ed è, nei modi, parole e
idiosincrasie, ancora Nanni. Il mondo in cui si muovono esiste solo
come contenitore della vicenda, una versione allargata del set su cui
la protagonista lavora. Quasi a suggerirci come la vita, quando è
vicina al lutto, ne diventi una coreografia fatta di gesti rituali ed
emozioni profonde. Moretti esplora i gesti e le parole asciugandoli
fino a trasformarli in minimalismo, come le musiche di Arvo Pärt
che fanno da colonna sonora. L'emozione la trasforma in sogno:
Margherita vive le sue angosce in una dimensione onirica, fusa senza
soluzione di continuità con la realtà che la circonda.
C'è
anche da ridere, nel film. Soprattutto con le vicende del film
post-impegnato, fuori tempo massimo, che Margherita cerca di
dirigere. La sua star è un attore americano bollito, con problemi di
memoria e pronuncia, interpretato da un John Turturro tragicomico. È
lui che, stanco del mestiere dell'attore, vorrebbe, come tutti gli
altri personaggi, tornare “alla realtà”: ovvero a uno stato di
non attesa. Ma la vita, in fondo, non è attesa della morte?
C'è
qualche gioco tipicamente morettiano: il cinema Capranichetta, chiuso
da anni, con la coda per vedere Il cielo sopra Berlino; i
riferimenti al mestiere di regista; le domande pratico-esistenziali
sulla vicinanza del cameraman al soggetto. Il vecchio Nanni, però,
non “inquina” il nuovo, la cui semplicità di superficie è ormai
tanto austera da sembrare monacale. In una sequenza particolarmente
riuscita Margherita si sveglia da un incubo per trovarsi con la casa
allagata (quindi in un altro incubo). In tutte le culture occidentali
l'acqua rappresenta un portale tra vita e morte, tra un mondo e
l'altro (pensiamo al tema ricorrente della morte per acqua in Eliot).
Moretti è diventato molto bravo a scivolare su questo confine: un
mondo di mezzo che ancora attende il suo capolavoro.
Il consiglio: fate una caccia al tesoro e recuperate uno dei primi film con Margherita, La stazione, di Sergio Rubini (1990). Un regalo vintage per addolcirvi la fine del mondo.


Purtroppo io e Moretti proprio non andiamo d'accordo, però ricordo anch'io con tenerezza La stazione di Rubini, un bel film che forse all'epoca abbiamo guardato insieme. Baci xxx
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