Visualizzazioni totali

mercoledì 15 luglio 2015

True Detective come fosse antani

Ditemi: sono forse l'unico che, guardando la seconda stagione di True Detective, non capisce niente?
Ci sono momenti in cui mi sembra di stare davanti a una versione non ironica di Vizio di forma, il film di P.T. Anderson che sbeffeggia il genere hard boiled (nella deriva psichedelica, incarnata dalla versione di Altman de Il lungo addio di Chandler).

Colin Farrell in versione vecchio costipato


Il giallo classico californiano è rinomato per le trame labirintiche. Tanto che, a un giornalista che gli chiedeva chi avesse ucciso un personaggio de Il grande sonno, Raymond Chandler rispose un telegrafico: “non lo so”.
Ma Nic Pizzolato non è Chandler, gli è riuscita una prima stagione d'atmosfera (anche se inciampava sull'ultimo episodio) e qui s'è buttato in un mare infestato di squali (col rischio di fare un bel Jump of the shark):
  • Troppi personaggi tormentati, dovrebbero trovarsi a un meeting della disperati anonimi.
  • Un morto di cui non ci frega niente, per cause economico-politiche così complicate che vanno spiegate e rispiegate fino ad avere la sensazione che non lo sappiano bene manco gli autori, il perché.
  • Il monologo peggiore della tv recente, quello di Vince Vaughn sulle “macchie di umidità”: Dickens filtrato dal libro Cuore e rivisto da Abrams & Zucker.
  • Una sparatoria nel quarto episodio che non sta né in cielo né in terra: più di venti morti, pallottole infinite, la poliziotta che corre più veloce di un Suv, etc..
  • Inquadrature aeree alla Michael Mann insistite. Abbiamo capito: le strade che s'incrociano fanno tanto metafora.

Insomma, True Detective 2 è pesante. A dimostrazione che se ti viene una ciambella col buco e ne vuoi fare un'altra ma non ti chiami David Simon, è meglio cambiare cuoco. 
Consiglio del giorno: riguardate The Wire. Se domani arrivasse la fine del mondo avreste un rimpianto in meno. 

Nessun commento:

Posta un commento