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martedì 28 aprile 2015

Avvocati ciechi e lumache in abito da sera

Brevi riflessioni su due serie tv. Mi hanno consigliato di vedere Daredevil, nuova impresa Marvel messa online da Netflix. Io l'avevo evitata: inizio a soffrire di indigestione. Tra l'altro Marvel Agents of the S.H.I.E.L.D. proprio non mi piace, quindi …



Allora: visto il primo episodio del diavolaccio e, premesso che è impossibile giudicare una serie dal pilot, mi è sembrato buono. Charlie Cox, che già mi aveva convinto in Boardwalk Empire, aggiunge una cera fragilità al personaggio che mancava del tutto al terribile Ben Affleck. Deborah Ann Woll era la mia prediletta nel cast di True Blood e lo sarà anche qui. Lo stile è ruvido, con rimandi estetici a certo cinema americano anni '70, tanto che i riferimenti ad Avengers quasi stonano. Tutto molto meno “fumettoso” del previsto.
Il che mi porta a sollevare dei dubbi, molto personali: non è che mi è piaciuto proprio perché non sembra un prodotto Marvel? Se fosse così vivrei una contraddizione, confermando l'effetto sovraesposizione che mi ha quasi rovinato Age of Ultron. Altro problema e qui invoco la saggezza degli amici lettori di albi: che senso ha fare un personaggio cieco per poi fargli fare tutto come se ci vedesse?



La seconda serie è Penny Dreadful, approdata alla seconda stagione. Tutti bravi, tutto bello, mooolto raffinato. Ma che noia mortale! Come una lumaca in abito da sera: elegante ma lentissima. Continuo a vederla perché sono un amante di horror gotico e della Londra Vittoriana (parlando di ambientazioni sovraesposte...) ma i signori sceneggiatori dovrebbero smetterla di menare il can per l'aia e darsi una mossa.

Nella prima stagione in dieci puntate succedeva quello che di solito vediamo in tre. Le cose non sembrano essere cambiate: questa stagione inizia poche ore dopo la fine della precedente e ci introduce un nuovo nemico, un gruppo di streghe identiche ai vampiri appena sconfitti … mah. Come si dice? Poche idee e confuse. 
Consiglio di oggi: se vi piace l'horror in tv recuperate il leggendario Carnivale. Era un circo maledetto degno di essere riscoperto durante la fine del mondo. 

mercoledì 15 aprile 2015

Game of Thrones: tette, draghi e pennelli grandi (o grandi pennelli?)

Gli spettatori di Game of Thrones si dividono in tre categorie: quelli che hanno letto i romanzi di George R.R. Martin e ne apprezzano la traduzione televisiva; quelli che hanno letto e la detestano (guardano per poi lamentarsi); quelli che non hanno letto.
Per quattro stagioni ho felicemente militato nella prima categoria e ora, al debutto della quinta, altrettanto sereno passerò nella terza. Le attese infinite tra un libro e l'altro, il proliferare sconclusionato di personaggi e sottotrame mi hanno alienato dalla saga letteraria. Ho smesso due libri fa e non me ne pento.



Ora potrò gustare gli episodi del capolavoro HBO senza sapere cosa mi attende, apprezzando le derive (sempre più frequenti) che gli autori hanno preso, senza poi perdermi in elucubrazioni sulle virtù della pagina paragonate a quelle della pellicola.
Ammettiamolo: il team Benioff - Weiss, più collaboratori, scrive meglio di Martin. In particolare, come mi fa notare l'amico Paolo Malacarne, meglio dell'ultimo Martin, quello distratto dal successo, paralizzato dalle dimensioni ingestibili della sua creatura. La serie ha un ritmo più coerente (per forza di cose, visti i tempi televisivi), una struttura misericordiosamente più agile.
Martin a mio parere, soffre di un caso esemplare di gigantismo: non un espandersi in profondità, come fece Tolkien inventando ere, cosmologie e lingue per la Terra di Mezzo; bensì un espandersi orizzontale, una coralità che ormai ha il sapore del “prendere tempo”. È un po' la storia del grande pennello contro il pennello grande (ricordate la pubblicità?).
Eppure è grazie a lui se una generazione di “morose” si è avvicinata alla fantasy. Le stesse che, davanti al Signore degli Anelli di Peter Jackson, si addormentavano beatamente. Le stesse che non hanno mai voluto vedere Conan o Guerre Stellari. Il perché è presto spiegato: togliete una spruzzata di magia e tre draghi e Martin è il più realistico degli scrittori fantasy contemporanei. Lui stesso ammette di essersi ispirato alla Guerra delle Rose e ad altre vicende medioevali.



Questa è, però, anche una delle sue limitazioni: nel suo immaginario c'è qualcosa di meno sia della fantasy totale (che sfida la nostra immaginazione), che del migliore romanzo storico, con le sue obbligatorie sottigliezze psicologiche e sociali (se si escludono dosi massicce di sesso e abbecedari freudiani).
Robert E. Howard aveva l'ingenuità pulp, lo sfrontato maschilismo di Conan, il gusto del grottesco; Michael Moorcock ci ha portato in mondi lisergici, nei quali spazio e tempo erano alieni; Tolkien aveva la poesia dell'epica cavalleresca, l'afflato irraggiungibile delle saghe nordiche e sassoni; Jack Vance, il dimenticato, la sublime ironia del cinismo. Martin è un equilibrista rimasto troppo a lungo sospeso sul suo filo. Ora corre il rischio che la Tv finisca la saga prima di lui.

Nel frattempo mi godo il telefilm: bignami meraviglioso di un'enciclopedica, grafomane follia. 

Consiglio di oggi: guardate Game of Thrones e leggete Tolkien. Possibilmente entrambi in lingua originale. Se non sapete l'inglese imparatelo. Sarà una conoscenza fondamentale per avere almeno una chance di sopravvivere all'imminente fine del mondo. 

giovedì 9 aprile 2015

1992: critiche ingiuste e ciambelle col buco

Giudicare un telefilm dalla prima puntata è come giudicare una pornodiva da vestita. Prematuro. Se poi il telefilm in questione è uno dei prodotti italiani più importanti del decennio la cautela è d'obbligo. Ecco perché, per dire la mia su 1992, ho aspettato sei puntate.

Miriam Leone e Stefano Accorsi in una sequenza di 1992
Perdonatemi se parto con un'affermazione maiuscola come “più importanti del decennio”. Perdonatemi, ma è vero: il futuro del nostro piccolissimo schermo lo sta facendo Sky. Lei e nessun altro. Prima Romanzo criminale, poi In Treatment e Gomorra (Faccia d'Angelo non ha lasciato traccia di sé): se all'estero qualcuno sé ricordato che l'Italia esiste è merito di queste serie, che sono anni luce avanti al pattume Rai e Mediaset, meglio delle scorie del cinema nostrano e quasi al passo con prodotti di HBO o BBC.

Ho aspettato sei puntate anche perché ero incuriosito dalle stroncature scritte dai colleghi del Fatto Quotidiano e di Huffington Post (complimenti, invece, all'attenta disamina fatta da Malaparte su Tvblog). Ad esempio: sul secondo la giornalista Beatrice Dondi parla di «uno Stefano Accorsi meno espressivo del MaxiBon che mangiava un tempo». Poi affonda: «un triste Bignami della storia recente dall'aria soporifera. In cui l'unico sprazzo emotivo è dato dalla meravigliosa cattiveria dello spot pubblicitario di House of Cards a fine episodio. E il confronto, davvero, è impietoso».
Ora, a ragion veduta, posso assicurarvi che Accorsi, per il quale non ho mai avuto particolare simpatia, s'è ritagliato il ruolo migliore della sua carriera. House of Cards, poi, c'entra come i proverbiali ca**i a merenda. Evidentemente la Sig.ra Dondi fa parte di quel nutrito gruppo di spettatori che non solo è caduto nella trappola del West Wing for dummies di Netflix (un Presidente killer?! Trattative in mimetica tra capi di stato americani e russi nel deserto giordano?!) ma lo usa anche come termine di paragone con tutto il mondo dei telefilm americani. La Dondi dice anche: «Aspettavamo con fiducia una serie 'all'americana'». Ma all'americana come? Come C.S.I.? Supernatural? Beverly Hills 90210? The Wire? Treme? American Horror Story? Friday Night Lights? Perché gli americani fanno tutto, nel male e nel bene.
La verità è che noi dovremmo fare qualcosa “all'italiana” e farlo bene. 1992 è fatto bene, molto. Non era facile unire storia, umanità, thriller e politica, ma il trio di sceneggiatori ce l'ha fatta. Pensando a Mad Men, come dicono loro stessi. E se la scrittura non è ancora a quell'altezza (ovvero in zona Pinter e Mamet) possiamo farcene una ragione: solo nel primo episodio ci sono due monologhi da ricordare (quello di Non è la Rai e quello delle banane).

faccio notare sulla destra: il leggendario Natalino Balasso
Certo: di difetti ce ne sono. A partire dall'insistenza con cui Miriam Leone viene spogliata e inquadrata di lato B (abbiamo capito: Veronica Castello è una zoccola), fino alla sotto trama dell'HIV e delle vendette personali. È vero anche che Tea Falco non vincerà un Oscar nei prossimi anni. Ma il ritmo c'è, i personaggi pure, gli elementi storici sono piccanti, le soluzioni non scontate e il tragico manicheismo della tv post-democristiana assente. E la Leone, culo a parte, recita bene: forse è lei la vera eroina, visto che in tempi di crisi ha lasciato una poltrona Rai per fare l'attrice (studiando, prima).


Insomma, guardate 1992 e accettate il mio primo consiglio per la fine del mondo: non leggete recensioni italiane (neanche le mie). Siamo un popolo di cazzari e tuttologi, ogni cosa che scriviamo è sporca di politica, marchette, mefitiche arie intellettuali. In pratica siamo tutte scoregge e poca merda. La merda buona, quella bio, che profuma di natura, la scrivono gli inglesi e gli americani. Imparate l'inglese e lasciate che il giornalismo italiano muoia asfissiato. Tanto sta arrivando la fine del mondo.