Visualizzazioni totali

mercoledì 15 luglio 2015

True Detective come fosse antani

Ditemi: sono forse l'unico che, guardando la seconda stagione di True Detective, non capisce niente?
Ci sono momenti in cui mi sembra di stare davanti a una versione non ironica di Vizio di forma, il film di P.T. Anderson che sbeffeggia il genere hard boiled (nella deriva psichedelica, incarnata dalla versione di Altman de Il lungo addio di Chandler).

Colin Farrell in versione vecchio costipato


Il giallo classico californiano è rinomato per le trame labirintiche. Tanto che, a un giornalista che gli chiedeva chi avesse ucciso un personaggio de Il grande sonno, Raymond Chandler rispose un telegrafico: “non lo so”.
Ma Nic Pizzolato non è Chandler, gli è riuscita una prima stagione d'atmosfera (anche se inciampava sull'ultimo episodio) e qui s'è buttato in un mare infestato di squali (col rischio di fare un bel Jump of the shark):
  • Troppi personaggi tormentati, dovrebbero trovarsi a un meeting della disperati anonimi.
  • Un morto di cui non ci frega niente, per cause economico-politiche così complicate che vanno spiegate e rispiegate fino ad avere la sensazione che non lo sappiano bene manco gli autori, il perché.
  • Il monologo peggiore della tv recente, quello di Vince Vaughn sulle “macchie di umidità”: Dickens filtrato dal libro Cuore e rivisto da Abrams & Zucker.
  • Una sparatoria nel quarto episodio che non sta né in cielo né in terra: più di venti morti, pallottole infinite, la poliziotta che corre più veloce di un Suv, etc..
  • Inquadrature aeree alla Michael Mann insistite. Abbiamo capito: le strade che s'incrociano fanno tanto metafora.

Insomma, True Detective 2 è pesante. A dimostrazione che se ti viene una ciambella col buco e ne vuoi fare un'altra ma non ti chiami David Simon, è meglio cambiare cuoco. 
Consiglio del giorno: riguardate The Wire. Se domani arrivasse la fine del mondo avreste un rimpianto in meno. 

lunedì 13 luglio 2015

Giovani si diventa: anche i fricchettoni hanno l'anima (?)

NoahBaumbach, newyorchese, 45 anni, aspira a diventare l'erede di Woody Allen. Sceneggiatore per Wes Anderson (The Fantastic Mr. Fox; Le avventure acquatiche di Steve Zissou) e regista di sette film, tutti ambientati nella Grande Mela, Baumbach ama la borghesia, i dialoghi brillanti, le virate surreali e la malinconia di fondo.



La sua parabola ascendente, nel cinema indipendente americano, sembra inarrestabile: è il beniamino dei critici e di un pubblico selezionatissimo, come se il grande successo non gli interessasse. Per lui Ben Stiller, uno che non va per il sottile quando si tratta di fare il deficiente, si è trasformato due volte in attore drammatico.
La seconda è in Giovani si diventa che vede Stiller fare coppia con Naomi Watts. 
Josh e Cornelia sono benestanti, vicini alla mezza età e senza figli. Lui ha diretto un documentario dieci anni prima e ora è bloccato nell'eterna realizzazione del secondo film (Barton Fink?). Lei produce documentari ed è figlia di un anziano regista, considerato un genio. I loro migliori amici hanno avuto una bambina, cosa che ha gettato Josh e Cornelia in uno stato d'ansia: non si sentono adeguati alla loro età, soffrono le scelte sbagliate e una routine diventata noia.
Tutto cambia quando conoscono Jaimie e Darby: venticinque anni, pieni di un'energia travolgente. Lui vorrebbe diventare cineasta e tratta Josh come un mentore ma la verità è che, dietro la maschera affabile, si nasconde un bastardello ambizioso, di quelli che non si fermerebbero davanti a nulla per ottenere il successo.
La coppia di giovani “hipster” è interpretata da Adam Driver (che era nel precedente film di Baumbach, Frances Ha e sarà nell'imminente Guerre Stellari - Episodio VII) e Amanda Seyfried (Letters to Juliet).



Si ride, si pensa e si piange, in questa azzeccata commedia di caratteri, forse la migliore uscita dalla penna del nuovo bardo newyorchese. Se Allen, oggi, dirigesse un film tanto vitale e arguto, il mondo lo acclamerebbe come un ritorno alla forma degli anni '80. Per Baumbach, prono a certi squilibri narrativi e stilistici, Giovani si diventa è un trionfo. Un cinema che parla di snob ma non è più snob (dubbio che adombrava il bianco e nero e lo spirito di Truffaut di Frances Ha), capace di analizzare dubbi esistenziali di veri esseri umani, anche se incastonati in un mondo di privilegi, dove lavoro e denaro non sembrano essere preoccupazioni.
Nel cast emergono la Watts, il cui ventaglio espressivo, negli anni, si è ampliato in modo impressionante e Driver, perfetto nel convogliare la falsità istintiva, quasi ingenua, del personaggio. Il finale, ironico e amarissimo, colpisce sotto la cintola. Scommetto su una lunga vita in rassegne e cineforum.
Consiglio di oggi: dopo Terminator e aspettando Ant-Man pulitevi la bocca con un po' di buon cinema d'autore, non ve ne pentirete. Poi, alla fine del mondo, davanti allo scranno di San Pietro, durante l'esame per entrare in Paradiso, potrete tirarvela un po'. 


Terminator Genisys: il vecchio, la nana e il manzetto

Trent'anni fa Terminator colpì il mondo del cinema con la forza dirompente che solo le scommesse più azzardate possono avere: pochi soldi, tante idee, ritmo e violenza martellanti, un giovane Arnold Schwarzenegger ancora libero dall'autoironia con cui oggi è costretto a giustificare ogni suo ritorno.
Giovedì Terminator Genisys ha invaso le sale italiane con la placida impertinenza di chi sa di avere i mezzi, ma non i meriti, per imporsi al botteghino. Il quinto capitolo della saga, che ignora il disastro che fu  Terminator Salvation (diretto da MCG, con Christian Bale nel ruolo di John Connor), vede Schwarzy riprendere l'iconico ruolo del cyborg T-800.



Sulla carta, nonostante l'incompatibilità tra l'età dell'attore e l'aspetto del robot, era una buona notizia. Arnold, in fondo, è sempre stato l'anima di tutta sta faccenda. Bisogna ammettere, inoltre, che nonostante la scusa ridicola usata per giustificare la canizie della macchina (il tessuto umano che la copre è soggetto alla frizione del tempo?!), l'austriaco se la cava bene. Quello che non funziona, in nel deludente blockbuster estivo, massacrato dai critici anche in patria, è TUTTO il resto.
La regia di Alan Taylor è anemica: le scene d'azione hanno una rigidità televisiva, quelle di dialogo sono incorniciate da un totale disinteresse stilistico. Da Terminator nessuno pretende scambi di battute shakespeariane ma in Gensisys sembra di sentir parlare degli idioti: la pigrizia con cui è scritto offende, si salva solo qualche battuta, come se la morale fosse “meglio scherzarci sopra”.
Fa male vedere un attore sensibile come Jason Clarke (la scoperta di Zero Dark Thirty) ridotto a cattivo da fumetto. Stupisce dover ammetter che Emilia Clarke, nota al grande pubblico televisivo per il ruolo di Daenerys Targaryen ne Il trono di spade, non possiede l'altezza delle vere dive (in tutti i sensi...). Al confronto la Sarah Connor di Linda Hamilton era un prodigio di tensione: una guerriera arresa al fato. Il terzo protagonista, Jay Courtney, raccoglie il dubbio merito di aver contribuito a rovinare due saghe seminali: prima di imporre la propria inespressività bovina a Terminator fece soffrire la sua presenza a Die Hard 4.



Il trio viaggia nel tempo senza che il pubblico abbia la minima idea di cosa stia succedendo o perché: il primo salto, indietro al 1984, riprende alcune scene del film originale e il gioco funziona; poi si vola nel 2017 e ogni chance di originalità è perduta in un vortice di botte ed esplosioni, contrassegnate da effetti nemmeno tanto speciali.
I produttori vogliono altri due film: noi prevediamo che il pubblico si stancherà prima. Loro e il povero Schwarzenegger, le cui giunture scricchiolano così forte che pare di sentirle anche al di qua dello schermo.
Consiglio di oggi: rivedetevi i Terminator di Cameron e fate finta che la saga sia finita lì. Quando Skynet prenderà il controllo e arriverà la fine del mondo rinfacciategli Genisys: vi concederà di vivere. La vergogna è 'na brutta cosa. 


venerdì 10 luglio 2015

Corri soldatino, corri: '71

Se tutti i debutti sul grande schermo fossero fulminanti come quello di Yann Demange, lo stato del cinema sarebbe più incoraggiante di quello che è oggi. Trentasette anni, nato a Parigi ma cresciuto a Londra, Demange si è fatto le ossa dirigendo due belle miniserie per la BBC: Dead Set e Top Boy.
Il suo primo lungometraggio: '71, distribuito in Italia a partire dal 9 luglio, è un thriller tesissimo ambientato, come dice il titolo, nella Belfast del 1971. La recluta britannica Gary Hook (l'intenso Jack O'Connell, già protagonista di Unbroken, di Angelina Jolie) viene spedita in Irlanda del Nord, dove impazza la guerra con l'IRA.



Durante un'operazione di routine nelle strade della città, che si trasforma in uno scontro a fuoco, il soldato finisce abbandonato dai commilitoni nel quartiere cattolico. Dovrà sopravvivere per una notte intera, braccato dall'IRA, odiato dalla cittadinanza e aiutato da poche persone di coscienza, che rischiano d'essere accusate di collaborazionismo.
Con un budget medio-basso (otto milioni di sterline) e un raro istinto cinetico, Demange ha confezionato un film da vedere tutto d'un fiato, di quelli che ti tengono inchiodato alla poltrona. Il soldato Gary non può fermarsi: tra pub pieni di terroristi, esplosioni, fazioni contrapposte dell'IRA che si contendono la sua vita (interventisti contro politici), esplosioni accidentali che lo lasciano sordo e ferito (una delle sequenze più impressionanti della pellicola), sparatorie in vicoli e corridoi, la sua notte è un incubo dinamico e martellante.
Quello di Demange non è tanto cinema politico (come lo era quello degli esordi di Paul Greengrass) quanto un esperimento a cavallo tra dramma, action e horror d'altri tempi (ad esempio il Carpenter di Distretto 13 o 1997 fuga da New York), dei quali riprende la ruvidezza e l'oscurità che avvolge tutto, trasformandosi in minaccia costante. Le soggettive e lo spaventoso realismo della violenza sono invece attualissimi, figli di un cinema che non può prescindere da Salvate il soldato Ryan.

Il cast di veterani attori irlandesi è totalmente al servizio del protagonista, del quale, non c'è dubbio, sentiremo parlare: bello e bravo, come si addice a un futuro divo. In patria, dove il ricordo di quella guerra sanguinosa e fratricida è ancora vivo, la visione sarà più intensa. Da noi l'argomento risulta lontano, tanto che gli spettatori più giovani potrebbero a malapena sapere di cosa si parla: '71 gli insegnerà che nessuna società, nemmeno la più occidentale e “civile”, è impermeabile all'odio e alla rivolta. Da vedere, rivedere e mostrare in classe agli aspiranti videomaker italiani: che imparino cosa significa fare cinema con muscoli e cervello.
Il consiglio di oggi: non sottovalutate mai il cinema inglese, loro, alla fine del mondo, ne usciranno più dignitosamente di noi. 

martedì 2 giugno 2015

E' la fine del mondo! E' San Andreas!

Riprendo la mia recensione di San Andreas pubblicata su "L'Arena", perché stranamente ne vado abbastanza fiero. 



Strada facendo Hollywood ha perso l'anima. È ancora fresco il ricordo di quando i film catastrofici mettevano paura, addirittura angoscia. Freschissima la visione vera e scioccante di due grattacieli, pieni di esseri umani, che crollavano come castelli di carte. Eppure, oggi, sul grande schermo, è tutta una gara ad abbattere città: lo fanno i terremoti, come in San Andreas, ma anche i supereroi, come negli Avengers. Lo fanno senza che i registi si preoccupino di trasmettere l'idea che qualcuno, là dentro, sta morendo. Se così fosse i film sarebbero vietati ai minori di 14 anni, con danni irreparabili per il botteghino. Il commercio ha messo a tacere la coscienza: l'implicito non esiste, se non vedi la vittima, se non vedi il sangue, allora non esistono.
Un cappello melodrammatico ma necessario per giudicare San Andreas, kolossal catastrofico tanto immorale quanto divertente. Sarà per il sorriso accattivante di Dwayne “The Rock” Johnson, per le sue dimensioni da Teddy Bear preistorico o per il ritmo indiavolato dello spettacolo ma proprio non riusciamo a odiare a questo film.
Demente nella trama, indolente nella caratterizzazione dei personaggi, analfabeta nei dialoghi, oltraggioso nelle coincidenze che regolano il destino dei protagonisti: se escludiamo gli effetti speciali non dovremmo ne potremmo regalare un pollice all'insù a San Andreas. Eppure esistono meccanismi automatici, nella mente, che sarebbe ipocrita ignorare: in primis il bisogno di evasione, che pur va soddisfatto e che si lascia tentare dalle acrobazie impossibili, dalle onde anomale, da metropoli sbattute come tappeti nella gloria imbarazzante del 3D. Poi c'è il bisogno di trovare eroi, giganti che non si conformino, neanche fisicamente, col grigiore della quotidianità. The Rock è uno di loro: è tanto immenso da poterci abbracciare tutti. In certi film è buono anche quando è cattivo. Ultimo ma non ultimo il bisogno d'innamorarsi, anche virtualmente: a quello, nel film, ci pensa la Venere Alexandra D'Addario, una che cinquant'anni fa sarebbe diventata più esplosiva di Marilyn.



Il resto è apocalisse d'ufficio, tanto che per distruggere San Francisco nemmeno si va più a San Francisco: il film è girato in Australia, il resto lo fa il computer.

Un continuo gioco al rilancio: prima un terremoto catastrofico, poi un altro terremoto ancora peggiore (il più potente mai registrato!!), infine uno tsunami più alto del Golden Gate Bridge. Non abbastanza per sabotare la felicità della famiglia di The Rock, che si gode il lieto fine davanti alla bandiera americana. All'orizzonte una metropoli distrutta ma surrealmente vuota di cadaveri o urla. Non preoccupatevi: hanno demolito un set. Non era nemmeno di cartapesta ma di pixel: quando cadono non fanno rumore.
Consiglio di oggi: non fate gli snob e, ogni tanto, andate al cinema solo per divertirvi. Se non lo fate ve ne pentirete quando arriva la fine del mondo. 

lunedì 1 giugno 2015

L'importante è partecipare: in tre contro Cannes

A una settimana dalla chiusura del Festival di Cannes, dopo aver visto e rivisto i tre film italiani in concorso, è possibile, a mente fredda, ragionare sul perché della loro esclusione dal palmarés, evitando magari esagerazioni caratteristiche del nostro carattere mediterraneo (gioia incontenibile alla notizia della triplice spedizione tricolore seguita da accuse risentite per la delusione della sconfitta).
Una buona notizia: al di là della quota “politica” di film italiani ammessi alla kermesse francese, che negli anni è stata assai altalenante, non accade spesso di avere tre titoli così forti in gara. Titoli ampiamente meritevoli di essere selezionati, tutti competitivi e di ottima fattura. Già questo potrebbe essere l'indice di una lenta ma solida volontà di rinascita del cinema italiano, col morale ravvivato dall'Oscar alla Grande Bellezza e dai riconoscimenti internazionali ottenuti dalle serie tv targate sky.



Analizzando singolarmente i film: Mia madre, di Nanni Moretti, è un film intimo ma non universale. Il paragone più facile è quello con Amour, di Michael Haneke, vincitore dell'Oscar, del Golden Globe, del BAFTA e della Palma d'Oro. Haneke ha voluto fare sua una storia d'invenzione, trasformandola nella storia di tutti. Lo ha fatto con adesione totale alla realtà e all'anima degli attori, che sono spariti nei personaggi, strappandoti il cuore. Moretti, come sempre, ha raccontato Moretti e pur facendolo con la sobrietà scoperta nell'ultimo corso della sua carriera, a partire da La stanza del figlio, è rimasto legato a certi tic, simpatici ma antichi (il discorso meta-attoriale e meta-cinematografico), che hanno reso arduo, per la giuria, considerare “nuovo” il suo film.



Matteo Garrone, con Il racconto dei racconti, partiva da una posizione di vantaggio: per la prima volta l'Italia partecipava con un film di genere fantastico, slegato dai soliti drammi storici o da camera. Era un azzardo che non si faceva dai tempi de Il Capitan Fracassa di Scola o, addirittura, dagli anni '80 di Bertoldo, Bertoldino e … Cacasenno e I Picari, di Monicelli. Con la freschezza aggiunta dell'incontro tra letteratura e fantasy mediterranea, in una cornice non comica, mai frequentata dalla settima arte italiana. L'esperimento, però, è riuscito a metà: il film è esteticamente splendido, forse il più bello da noi prodotto negli ultimi decenni, rafforzato da un uso pittorico delle location storiche che dovrebbe spingere fior di troupe da tutto il mondo a venire nella Penisola a girare. La struttura, però, manca di equilibrio: troppo lungo, troppo lento, con uno dei tre episodi più debole degli altri (quello della pulce e dell'orco) e un'alternanza che andrebbe a suggerire un legame poi irrealizzato tra le trame.




Youth è stato vittima dell'esuberanza del suo regista fresco di Oscar: sovraccarico di simboli; di sequenze smaccatamente felliniane, che trascendono l'omaggio, lasciando confusi e perplessi (il regista che affronta la visione di tutte le protagoniste dei suoi film); dello snobismo di una composizione (e colonna sonora) che finiscono per diventare “Sorrentino al cubo”. Questo, per lui, era il momento di cambiare, stupire, non scavare una trincea e barricarcisi dentro.  
Consiglio di oggi: lo sciovinismo non ci aiuterà a migliorare, cerchiamo di essere realisti ed apprezzare i piccoli miglioramenti del nostro cinema. Inutili, visto che si avvicina la fine del mondo. 

martedì 28 aprile 2015

Avvocati ciechi e lumache in abito da sera

Brevi riflessioni su due serie tv. Mi hanno consigliato di vedere Daredevil, nuova impresa Marvel messa online da Netflix. Io l'avevo evitata: inizio a soffrire di indigestione. Tra l'altro Marvel Agents of the S.H.I.E.L.D. proprio non mi piace, quindi …



Allora: visto il primo episodio del diavolaccio e, premesso che è impossibile giudicare una serie dal pilot, mi è sembrato buono. Charlie Cox, che già mi aveva convinto in Boardwalk Empire, aggiunge una cera fragilità al personaggio che mancava del tutto al terribile Ben Affleck. Deborah Ann Woll era la mia prediletta nel cast di True Blood e lo sarà anche qui. Lo stile è ruvido, con rimandi estetici a certo cinema americano anni '70, tanto che i riferimenti ad Avengers quasi stonano. Tutto molto meno “fumettoso” del previsto.
Il che mi porta a sollevare dei dubbi, molto personali: non è che mi è piaciuto proprio perché non sembra un prodotto Marvel? Se fosse così vivrei una contraddizione, confermando l'effetto sovraesposizione che mi ha quasi rovinato Age of Ultron. Altro problema e qui invoco la saggezza degli amici lettori di albi: che senso ha fare un personaggio cieco per poi fargli fare tutto come se ci vedesse?



La seconda serie è Penny Dreadful, approdata alla seconda stagione. Tutti bravi, tutto bello, mooolto raffinato. Ma che noia mortale! Come una lumaca in abito da sera: elegante ma lentissima. Continuo a vederla perché sono un amante di horror gotico e della Londra Vittoriana (parlando di ambientazioni sovraesposte...) ma i signori sceneggiatori dovrebbero smetterla di menare il can per l'aia e darsi una mossa.

Nella prima stagione in dieci puntate succedeva quello che di solito vediamo in tre. Le cose non sembrano essere cambiate: questa stagione inizia poche ore dopo la fine della precedente e ci introduce un nuovo nemico, un gruppo di streghe identiche ai vampiri appena sconfitti … mah. Come si dice? Poche idee e confuse. 
Consiglio di oggi: se vi piace l'horror in tv recuperate il leggendario Carnivale. Era un circo maledetto degno di essere riscoperto durante la fine del mondo. 

sabato 25 aprile 2015

Avengers: Age of Ultron. Tanto rumore per ....

Che chiasso che fanno questi Avengers! Dove passano loro crollano grattacieli, ponti e chiese, volano camion (e intere città!), piovono robot assassini, esplodono aeronavi. Eppure il nemico non lo uccidono, lo feriscono, un po' come faceva l'A-Team negli anni '80. L'ecatombe è lasciata fuori campo, intuibile ma invisibile, per non turbare i censori del vietato ai minori.



Meglio non riflettere sulle implicazioni del genere supereroico (effetto speciale come libertà creativa assoluta, ridotta a fiera della demolizione) e giudicare lo spettacolo, sempre ineccepibile nell'onnipresente saga Marvel. Eppure l'Avengers precedente, pur nella poco dissimulata idiozia della sua ricetta a base di alieni invasori, era più ironico e coeso: merito anche di Tom Hiddleston e del suo Loki, qui assente.
Ecco cosa manca, fino ad ora, agli Avengers: una degna nemesi. Gli alieni Chitauri erano pupazzi da abbattere; questo Ultron, più che un'intelligenza artificiale, è il solito robottone incavolato, pronto a sputacchiare insensatezze su un futuro libero dalla minaccia umana. Al suo servizio la solita armata di robottini brulicanti, tanto che sembra di rivedere la fine del capitolo uno.
In attesa di un cattivo come si deve (dov'è Joker quando serve?), il cast riunito funziona bene, rafforzato dalle singole esperienze (i vari Thor, Iron Man e Capitan America). Il regista e sceneggiatore Joss Whedon crede nei personaggi “minori”, puntando grosso sulla Black Widow di Scarlett Johansson (che ha un debole per Bruce Banner-Hulk) e sul Hawkeye di Jeremy Renner. Scommessa vinta: le mascotte, prive di superpoteri e corazze volanti, ci appaiono vulnerabili, neanche avessero una psicologia. Il colpo da maestro è portare la gang a casa di Hawkeye, dove scopriamo moglie e figli del soldato: debolezze concesse alla manovalanza. A quando un film tutto suo?
Inutile dare un senso alla trama, più affollata di deus ex machina di una tragedia greca. Ad avere la peggio è la Val d'Aosta, trasformata nello Stato di Sokovia, poi sollevata in cielo e disintegrata. Per fortuna, prima dell'apocalisse, viene “evacuata”.
Aiutano i nostri eroi due new entry: i gemelli Maximoff. Lui ha il dono della super velocità ma non quello dell'espressività (lo avevamo notato già in Godzilla che Aaron Taylor-Johnson non è l'erede di Laurence Olivier); lei entra nelle menti e lancia raggi di rossa energia dalle mani. Non avesse il volto dolcissimo di Elizabeth Olsen ci chiederemmo il nesso tra le due abilità.

Nel gran finale, posatasi la polvere e rimosse le macerie, il team si divide, lasciando spazio a una nuova generazione (che include Paul Bettany truccato da androide). È tutto un bluff, però, perché sappiamo che torneranno con un doppio film nel 2018/19. Per allora, nella percezione binaria dei giovanissimi d'oggi, nella vita dei quali un anno di tecnologia sono dieci dei nostri, saranno dei vecchietti. Se la vedranno con la gerontocrazia di Star Wars, alla quale non nascondiamo di volere più bene. 

Il consiglio? Evitata l'overdose da fumetti e aiutatemi a cercare valide alternative fantasy e sci-fi. Ci serviranno da portare su un'isola deserta durante la fine del mondo. 

lunedì 20 aprile 2015

Mia Madre: il Nanni monacale

Vi propongo la recensione che ho scritto su Mia Madre, pubblicata qualche giorno fa dall'Arena:

Icaro volò troppo vicino al sole e sciolse le sue ali di cera. Certe emozioni, positive o negative, certi idoli o segreti sono inavvicinabili. La morte è uno di questi: se ne può parlare per ore o anni, la si può catturare su immagini fisse o in movimento, ma la sua verità (sempre che ce ne sia una), sfugge.
Nanni Moretti, nel suo nuovo film, racconta al pubblico e a se stesso la morte della madre. Per non bruciarsi divide il proprio io in due. Metà sta nel personaggio di Margherita, interpretato da Margherita Buy. Metà in quello del fratello, interpretato da Nanni. Un filtro emotivo e narrativo che funziona, essendo strumentale allo stilo sobrio, cerebrale, dell'ultimo Moretti.
Pur trattandosi di un dramma di interni (per lo più), Mia madre non attacca lo spettatore alle viscere come, ad esempio, Amour di Haneke. Nel film del regista austriaco la messinscena è realistica allo spasimo, spogliata di metafora o artificio. Moretti non crede nella possibilità di questa soluzione: si tratta, pur sempre, di messinscena. Ed ecco che il suo mondo diventa una galleria di scatole teatrali, nelle quali gli attori, come è ripetuto nella sceneggiatura, hanno l'occasione di essere al contempo se stessi e altro da sé.



Questo è necessario per Nanni-Giovanni, troppo vicino all'argomento e anche per la Buy, il cui personaggio è omonimo ed è, nei modi, parole e idiosincrasie, ancora Nanni. Il mondo in cui si muovono esiste solo come contenitore della vicenda, una versione allargata del set su cui la protagonista lavora. Quasi a suggerirci come la vita, quando è vicina al lutto, ne diventi una coreografia fatta di gesti rituali ed emozioni profonde. Moretti esplora i gesti e le parole asciugandoli fino a trasformarli in minimalismo, come le musiche di Arvo Pärt che fanno da colonna sonora. L'emozione la trasforma in sogno: Margherita vive le sue angosce in una dimensione onirica, fusa senza soluzione di continuità con la realtà che la circonda.
C'è anche da ridere, nel film. Soprattutto con le vicende del film post-impegnato, fuori tempo massimo, che Margherita cerca di dirigere. La sua star è un attore americano bollito, con problemi di memoria e pronuncia, interpretato da un John Turturro tragicomico. È lui che, stanco del mestiere dell'attore, vorrebbe, come tutti gli altri personaggi, tornare “alla realtà”: ovvero a uno stato di non attesa. Ma la vita, in fondo, non è attesa della morte?




C'è qualche gioco tipicamente morettiano: il cinema Capranichetta, chiuso da anni, con la coda per vedere Il cielo sopra Berlino; i riferimenti al mestiere di regista; le domande pratico-esistenziali sulla vicinanza del cameraman al soggetto. Il vecchio Nanni, però, non “inquina” il nuovo, la cui semplicità di superficie è ormai tanto austera da sembrare monacale. In una sequenza particolarmente riuscita Margherita si sveglia da un incubo per trovarsi con la casa allagata (quindi in un altro incubo). In tutte le culture occidentali l'acqua rappresenta un portale tra vita e morte, tra un mondo e l'altro (pensiamo al tema ricorrente della morte per acqua in Eliot). Moretti è diventato molto bravo a scivolare su questo confine: un mondo di mezzo che ancora attende il suo capolavoro.

Il consiglio: fate una caccia al tesoro e recuperate uno dei primi film con Margherita, La stazione, di Sergio Rubini (1990). Un regalo vintage per addolcirvi la fine del mondo. 

giovedì 16 aprile 2015

La più bella cover di sempre? Denti marci e malinconia chicana





Era alto, magro e aveva la faccia lunga come quella di un cavallo. Era stato alcolizzato ed eroinomane. Aveva vissuto la New York degli anni '70 e '80, quella del punk e del CBGB e la New Orleans degli anni '90. Aveva i denti marci e sangue nativo americano. Aveva tagliato la corda con cui la moglie si era impiccata a un albero, sulle rive del Mississippi.
Se non ricordate Willy De Ville ve lo ricordo io. Morto sei anni fa di cirrosi e cancro al pancreas, aveva vissuto la vita che Tom Waits ha cantato fino a diventare ridicolo. Quella dei motel, dei diner e delle vecchie auto americane, di amori ispanici e coltelli a serramanico.



Ve lo ricordo perché voglio che oggi risentiate la cover più bella della storia della musica: quella Hey Joe che ritrova le radici "texicane" dell'oscuro traditional portato alla fama da Jimi Hendrix, la sua natura bollente di melodramma latino, il suo sapore di confine, sangue e tequila.
Il consiglio di oggi è semplice: scoprite questo autore, la sua ingenuità dei tempi grease di Mink De Ville, le atmosfere Delta della seconda fase. Immergetevi nel suo blues. Una delle tante colonne sonore per la fine del mondo.

mercoledì 15 aprile 2015

Game of Thrones: tette, draghi e pennelli grandi (o grandi pennelli?)

Gli spettatori di Game of Thrones si dividono in tre categorie: quelli che hanno letto i romanzi di George R.R. Martin e ne apprezzano la traduzione televisiva; quelli che hanno letto e la detestano (guardano per poi lamentarsi); quelli che non hanno letto.
Per quattro stagioni ho felicemente militato nella prima categoria e ora, al debutto della quinta, altrettanto sereno passerò nella terza. Le attese infinite tra un libro e l'altro, il proliferare sconclusionato di personaggi e sottotrame mi hanno alienato dalla saga letteraria. Ho smesso due libri fa e non me ne pento.



Ora potrò gustare gli episodi del capolavoro HBO senza sapere cosa mi attende, apprezzando le derive (sempre più frequenti) che gli autori hanno preso, senza poi perdermi in elucubrazioni sulle virtù della pagina paragonate a quelle della pellicola.
Ammettiamolo: il team Benioff - Weiss, più collaboratori, scrive meglio di Martin. In particolare, come mi fa notare l'amico Paolo Malacarne, meglio dell'ultimo Martin, quello distratto dal successo, paralizzato dalle dimensioni ingestibili della sua creatura. La serie ha un ritmo più coerente (per forza di cose, visti i tempi televisivi), una struttura misericordiosamente più agile.
Martin a mio parere, soffre di un caso esemplare di gigantismo: non un espandersi in profondità, come fece Tolkien inventando ere, cosmologie e lingue per la Terra di Mezzo; bensì un espandersi orizzontale, una coralità che ormai ha il sapore del “prendere tempo”. È un po' la storia del grande pennello contro il pennello grande (ricordate la pubblicità?).
Eppure è grazie a lui se una generazione di “morose” si è avvicinata alla fantasy. Le stesse che, davanti al Signore degli Anelli di Peter Jackson, si addormentavano beatamente. Le stesse che non hanno mai voluto vedere Conan o Guerre Stellari. Il perché è presto spiegato: togliete una spruzzata di magia e tre draghi e Martin è il più realistico degli scrittori fantasy contemporanei. Lui stesso ammette di essersi ispirato alla Guerra delle Rose e ad altre vicende medioevali.



Questa è, però, anche una delle sue limitazioni: nel suo immaginario c'è qualcosa di meno sia della fantasy totale (che sfida la nostra immaginazione), che del migliore romanzo storico, con le sue obbligatorie sottigliezze psicologiche e sociali (se si escludono dosi massicce di sesso e abbecedari freudiani).
Robert E. Howard aveva l'ingenuità pulp, lo sfrontato maschilismo di Conan, il gusto del grottesco; Michael Moorcock ci ha portato in mondi lisergici, nei quali spazio e tempo erano alieni; Tolkien aveva la poesia dell'epica cavalleresca, l'afflato irraggiungibile delle saghe nordiche e sassoni; Jack Vance, il dimenticato, la sublime ironia del cinismo. Martin è un equilibrista rimasto troppo a lungo sospeso sul suo filo. Ora corre il rischio che la Tv finisca la saga prima di lui.

Nel frattempo mi godo il telefilm: bignami meraviglioso di un'enciclopedica, grafomane follia. 

Consiglio di oggi: guardate Game of Thrones e leggete Tolkien. Possibilmente entrambi in lingua originale. Se non sapete l'inglese imparatelo. Sarà una conoscenza fondamentale per avere almeno una chance di sopravvivere all'imminente fine del mondo. 

venerdì 10 aprile 2015

Non piangere, Vittoria! Ovvero: la pochezza del Corriere

Due settimane fa mi è saltato in mente di andare a teatro a vedere La gatta sul tetto che scotta, con Vittoria Puccini e Vinicio Marchioni, per la regia di Arturo Cirillo. Due le ragioni: non avevo mai visto una messinscena del testo di Tennessee Williams, autore che sento di non conoscere quanto vorrei (ho un amore appassionato e forse banale per la letteratura americana) e volevo vedere come se la cavavano due attori che conoscono bene al cinema e in tv.



Già m'immagino mia moglie Dunya, critico teatrale, storcere il naso e invitarmi ad ammettere di essere partito solo per vedere la Puccini da vicino. È vero: da anni sostengo che sia l'attrice più bella d'Italia, al punto di essere l'unica candidata (fantasia megalomane) al ruolo di Jelena, protagonista del mio romanzo La felicità dei cani, se mai se ne farà un film.
Dallo spettacolo siamo usciti delusi: la messinscena era elegante ma banale (Edward Hopper è l'unico pittore americano conosciuto in Italia); gli attori, tutti, suonavano scordati, declamanti. Troppo carichi, troppo impostati.
La cosa sarebbe finita lì, se qualche giorno dopo non avessi aperto il “Corriere della Sera” e letto la spietata recensione dellospettacolo, firmata da Franco Cordelli. Definisce la Puccini: «un'attrice di imbarazzante pochezza». La cosa, sulle prime, mi ha quasi divertito. In seguito mi ha lasciato perplesso. La formula è feroce, più adatta a un blog che a un quotidiano. Oltretutto, nella sua autoritaria nudità, non attacca la singola performance ma l'essenza dell'interprete.
Ora: io, facendo il lavoro che faccio, ho visto tutti i film che hanno nel cast la Puccini e anche buona parte delle fiction. Ha lavorato con Rubini, Avati, Ozpetek e Lizzani, che non sono proprio gli ultimi arrivati. L'ho vista regalare sempre interpretazioni di un certo valore, arrivando a punte di pregevole intensità. In televisione è diverso perché la fiction generalista ti costringe a recitare male, i registi sono talmente annoiati da non riprenderti nemmeno con la minima professionalità.



Nella Gatta Marchioni era quasi peggio della Puccini. Eppure ha lavorato con Ronconi e già conosce l'opera di Williams (era in Un tram chiamato desidero, regia di Latella). Si trattava, probabilmente, di un problema di regia.
O forse ho semplicemente torto e Vittoria è una cagna. A dar retta alla società in cui vivo e al modo in cui giudica il lavoro deve essere così: Cordelli guadagna, in media, otto volte più di me ad articolo, quindi deve avere ragione. Nella visione comune, infatti, noi giornalisti non siamo quello che scriviamo ma quanto ci danno per scriverlo. Ecco: mi permetto di far notare che, questa volta, ha usato parole che lo fanno sembrare l'italiano che vuole fare il critico teatrale dei film americani. Un po' come la vecchia arpia di Birdman, piazzata idealmente a mo' di Gandalf all'entrata del teatro: “Tu, attrice di fiction! Non passerai!!”. Continuo ad immaginare la splendida Vittoria aprire il giornale e scoppiare in lacrime.

Quindi, il consiglio di oggi è: non trattate male una bella attrice. Un giorno potrebbe capitarvi di conoscerla e volerci provare. Cosa avete da perdere? Tanto sta arrivando la fine del mondo. 

giovedì 9 aprile 2015

1992: critiche ingiuste e ciambelle col buco

Giudicare un telefilm dalla prima puntata è come giudicare una pornodiva da vestita. Prematuro. Se poi il telefilm in questione è uno dei prodotti italiani più importanti del decennio la cautela è d'obbligo. Ecco perché, per dire la mia su 1992, ho aspettato sei puntate.

Miriam Leone e Stefano Accorsi in una sequenza di 1992
Perdonatemi se parto con un'affermazione maiuscola come “più importanti del decennio”. Perdonatemi, ma è vero: il futuro del nostro piccolissimo schermo lo sta facendo Sky. Lei e nessun altro. Prima Romanzo criminale, poi In Treatment e Gomorra (Faccia d'Angelo non ha lasciato traccia di sé): se all'estero qualcuno sé ricordato che l'Italia esiste è merito di queste serie, che sono anni luce avanti al pattume Rai e Mediaset, meglio delle scorie del cinema nostrano e quasi al passo con prodotti di HBO o BBC.

Ho aspettato sei puntate anche perché ero incuriosito dalle stroncature scritte dai colleghi del Fatto Quotidiano e di Huffington Post (complimenti, invece, all'attenta disamina fatta da Malaparte su Tvblog). Ad esempio: sul secondo la giornalista Beatrice Dondi parla di «uno Stefano Accorsi meno espressivo del MaxiBon che mangiava un tempo». Poi affonda: «un triste Bignami della storia recente dall'aria soporifera. In cui l'unico sprazzo emotivo è dato dalla meravigliosa cattiveria dello spot pubblicitario di House of Cards a fine episodio. E il confronto, davvero, è impietoso».
Ora, a ragion veduta, posso assicurarvi che Accorsi, per il quale non ho mai avuto particolare simpatia, s'è ritagliato il ruolo migliore della sua carriera. House of Cards, poi, c'entra come i proverbiali ca**i a merenda. Evidentemente la Sig.ra Dondi fa parte di quel nutrito gruppo di spettatori che non solo è caduto nella trappola del West Wing for dummies di Netflix (un Presidente killer?! Trattative in mimetica tra capi di stato americani e russi nel deserto giordano?!) ma lo usa anche come termine di paragone con tutto il mondo dei telefilm americani. La Dondi dice anche: «Aspettavamo con fiducia una serie 'all'americana'». Ma all'americana come? Come C.S.I.? Supernatural? Beverly Hills 90210? The Wire? Treme? American Horror Story? Friday Night Lights? Perché gli americani fanno tutto, nel male e nel bene.
La verità è che noi dovremmo fare qualcosa “all'italiana” e farlo bene. 1992 è fatto bene, molto. Non era facile unire storia, umanità, thriller e politica, ma il trio di sceneggiatori ce l'ha fatta. Pensando a Mad Men, come dicono loro stessi. E se la scrittura non è ancora a quell'altezza (ovvero in zona Pinter e Mamet) possiamo farcene una ragione: solo nel primo episodio ci sono due monologhi da ricordare (quello di Non è la Rai e quello delle banane).

faccio notare sulla destra: il leggendario Natalino Balasso
Certo: di difetti ce ne sono. A partire dall'insistenza con cui Miriam Leone viene spogliata e inquadrata di lato B (abbiamo capito: Veronica Castello è una zoccola), fino alla sotto trama dell'HIV e delle vendette personali. È vero anche che Tea Falco non vincerà un Oscar nei prossimi anni. Ma il ritmo c'è, i personaggi pure, gli elementi storici sono piccanti, le soluzioni non scontate e il tragico manicheismo della tv post-democristiana assente. E la Leone, culo a parte, recita bene: forse è lei la vera eroina, visto che in tempi di crisi ha lasciato una poltrona Rai per fare l'attrice (studiando, prima).


Insomma, guardate 1992 e accettate il mio primo consiglio per la fine del mondo: non leggete recensioni italiane (neanche le mie). Siamo un popolo di cazzari e tuttologi, ogni cosa che scriviamo è sporca di politica, marchette, mefitiche arie intellettuali. In pratica siamo tutte scoregge e poca merda. La merda buona, quella bio, che profuma di natura, la scrivono gli inglesi e gli americani. Imparate l'inglese e lasciate che il giornalismo italiano muoia asfissiato. Tanto sta arrivando la fine del mondo.